La Biblioteca - Notizie storiche - Incremento della Biblioteca Magliabechiana

Il Granduca Cosimo III, saputo dallo stesso Magliabechi della sua intenzione di donare le proprie raccolte librarie alla popolazione della città di Firenze, diede ordine di adattare due sale di Palazzo Vecchio per la futura biblioteca. La morte colse l'ultraottantenne erudito (4 luglio 1714) quando questo trasferimento non era stato effettuato del tutto.

Nel giro di pochi anni le due stanze di Palazzo Vecchio furono sature e si dovette traslocare negli ambienti più ampi del vicino Palazzo della Dogana agli Uffizi.

L'esecutore testamentario Anton Francesco Marmi unì la sua raccolta a quella Magliabechiana, così come fecero tutti i primi bibliotecari di quella libreria: Lorenzo Comparini, Antonio Cocchi e Giovanni Targioni-Tozzetti.

Nel 1747, a trasloco avvenuto e dopo la compilazione dei primi cataloghi, la biblioteca fu aperta al pubblico e, di lì a poco, si arricchì della libreria Gaddiana e di quella di Anton Maria Biscioni.

Nel 1781 Pietro Leopoldo rinunciò alla Biblioteca mediceo-palatino-lotaringia e la volle unita alla Magliabechiana.

Da questo momento, "come avviene che al maggior fiume concorrono le acque di più numerosi e più importanti affluenti", la libreria pubblica si arricchì di molti e pregevoli fondi:

  • le librerie dei soppressi conventi gesuiti,
  • la raccolta di Giovanni Lami,
  • i libri dello Spedale di S. Maria Nuova,
  • i libri dell'Accademia della Crusca, dell'Accademia Fiorentina e dell'Accademia degli Apatisti,
  • la collezione raccolta e ordinata da Carlo Strozzi,
  • parecchie migliaia di libri provenienti dai conventi dei Roccettini, della Badia Fiesolana, della Badia di Cestello, dei Cistercensi, dei Paolotti, dei Domenicani di Montepulciano, degli Agostiniani di Montalcino, etc.
  • Ma l'incremento più cospicuo venne alla Biblioteca dal deposito obbligatorio degli stampati, che era stato sancito da un "motu proprio" granducale già dal 25 dicembre 1736: ogni editore o stampatore che esercitava entro i confini del Granducato aveva l'obbligo di depositare presso la Magliabechiana un esemplare di ogni opera.

 La ventata risorgimentale ebbe limitata eco nelle sontuose aule della Biblioteca, anche se fra i suoi prefetti vi fu Atto Vannucci. Lo storico e filologo pistoiese accettò l'incarico per breve tempo, ma sufficiente a far riflettere sul futuro destino della biblioteca e sulla organizzazione bibliotecaria dell'erigendo Regno d'Italia.

I Lorena, lasciando Palazzo Pitti, abbandonarono anche la Biblioteca Palatina che si era formata fin dal 1815, da quando cioè nella Magliabechiana non si registravano più incrementi di alto valore (1805 circa). Sembrò naturale, quindi, riunire le due biblioteche che potevano vantare insieme la continuità della testimonianza universale dello scibile.

Con la Palatina arrivarono alla Magliabechiana:

  • i codici Bandinelli,
  • i libri Baldovinetti,
  • gli autografi Gonelli,
  • la libreria Torri,
  • la "Capponi",
  • la raccolta De Sinner (autografi leopardiani)
  • e, soprattutto, i manoscritti di Galilei e della sua scuola e i codici Panciatichiani;
Ma la nuda enumerazione, già di per sé incompleta, non fa onore alle preziosità bibliografiche che fra i 90.000 volumi e i 3.000 manoscritti palatini è possibile ancora oggi consultare.

 




doc. n. 1003 del 19/12/2007