La rappresentazione topografica di Roma nei secoli della riscoperta dell’antico.

Pietre e topografia di Roma tra XV e XVI secolo

 

Sin dal Medioevo, Roma suscita ammirazione e meraviglia per i suoi monumenti e per le rovine che ne testimoniano la passata grandezza. L’incontro con l’antico rappresenta un riferimento per viaggiatori e pellegrini che si recano nell’Urbe da tutta Europa. Attorno a questa meta si sviluppa una letteratura periegetica che ne favorisce l’esaltazione tra mito, sogno e desiderio. Nascono così i Mirabilia Urbis Romae, i cataloghi dei monumenti, le guide e gli itinerari per i pellegrini, i racconti delle leggende legate alla città. 

Già a partire dalla fine del sec. XIV, i ruderi dell’antica Roma sono indagati dagli umanisti con un rinnovato senso critico, attraverso le fonti classiche e la pratica della filologia. Nel De varietate fortunae (1443-1448) Poggio Bracciolini enumera gli antichi resti di una città che gli appare come lo scheletro di un gigante abbattuto, corroso dall’implacabile potere distruttivo del tempo. La descrizione delle rovine si fregia così di un attento esame delle strutture, dei loro nomi e delle iscrizioni ancora in loco, rammentando i testi classici che ne fanno esplicita menzione. Frutto di queste ricerche antiquarie è la pianta prospettica di Roma disegnata entro l’agosto 1474 da Alessandro Strozzi nel codice Redi 77 della Biblioteca Medicea Laurenziana. La città è rappresentata da nord e i monumenti, sia antichi, sia moderni, sono delineati con un’attenzione nei confronti dei dettagli e indicati con diversi toponomi, accostando alla denominazione medievale o contemporanea quella antica.

Strettamente ancorato alla tradizione medievale dei Mirabilia è invece il Tractatus de rebus antiquis et situ urbis Romae, composto con ogni probabilità dopo il 1411 e pensato in origine per accompagnare i pellegrini diretti nell’Urbe. L’opera illustra tuttavia la topografia della città antica, tralasciando la Roma cristiana delle chiese e delle reliquie. Il testo registra ancora una certa fortuna all’inizio del sec. XVI, come dimostra il suo volgarizzamento, Le antiquità dell’alma Roma, ad opera del fiorentino Francesco Alfani che v’inserisce una folta serie di testi profetici, oltre ad aggiunte tratte da fonti autorevoli. Il concetto della meraviglia domina ancora il titolo dell’Opuscolum de mirabilis novae et veteris urbis Romae, un vademecum stampato nel 1510 che vede opporre la Roma antica e pagana a quella rinnovata dai papi, da Sisto IV a Giulio II. Francesco Albertini, suo autore, dimostra un’inedita onestà intellettuale richiamando nel testo alcuni stimati precedenti come l’opera di Poggio Bracciolini o la Descriptio Urbis Romae di Leon Battista Alberti. Significativo è poi l’interesse nei confronti delle testimonianze epigrafiche che accomuna questa guida agli Epigrammata antiquae Urbis, una raccolta di epigrafi in cui testo e immagini interagiscono tra loro, uscita nel 1521 dall’officina di Giacomo Mazzocchi, tipografo e editore dalle vaste conoscenze antiquarie cui l’opera è comunemente ascritta. 

 

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Anonimo, sec. XV

Tractatus de rebus antiquis et situ urbis Romae (post 1411) (detto Anonimo Magliabechiano), [Napoli], ca. 1480

Pensata in origine per accompagnare i pellegrini diretti a Roma, la descrizione topografica dell’Urbe, successiva al 1411, illustra la Roma classica, tralasciando del tutto la Roma cristiana delle chiese e delle reliquie. 

Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Magliabechiano XXVIII.53

Sez.1/cat. I.2