Costruita in prossimità dell’Arno, la Biblioteca nazionale fu investita in pieno dall’alluvione del 4 novembre 1966 che sommerse quasi un milione di unità bibliografiche sistemate nel seminterrato, al piano terreno e al piano rialzato dell’edificio.

Le collezioni danneggiate

Risultarono gravemente danneggiati giornali, tesi di dottorato straniere, riviste, opere moderne, ma soprattutto circa centomila volumi appartenenti alle raccolte storiche della Biblioteca, ovvero gran parte dei volumi del fondo Magliabechiano, i grandi formati Palatini e il prezioso fondo delle Miscellanee. Ugualmente gravi furono i danni subiti da cataloghi e inventari, strumenti indispensabili per la ricerca bibliografica, calcolabili approssimativamente in sei milioni di schede alluvionate.

La portata della catastrofe richiamò a Firenze aiuti economici (grazie al Cria e al Iaarf) e personale tecnico esperto un po’ da tutti i paesi: America, Inghilterra, Germania, Austria, Australia, Cecoslovacchia e altri ancora. Tra cui è doveroso citare l’impegno di restauratori quali Peter Waters, Roger Powell, Don Etherington, Anthony Cains, Christopher Clarkson, Dorothy Cumpstey, Sandy Cockerell, Stella Patri, Richard Young e molti altri. I grandi numeri imposero da subito la creazione di un Laboratorio le cui dimensioni fossero in grado di affrontare i problemi che si abbatterono sulla Biblioteca, mettendone addirittura in forse la sopravvivenza come massimo istituto bibliografico italiano.

L’eccezionale capacità di Emanuele Casamassima, allora direttore della Biblioteca, nell’organizzare gli interventi necessari e nel prefigurare nuove e immediate soluzioni ai problemi, gli aiuti internazionali e le centinaia di giovani volontari -gli angeli del fango- permisero di costituire ed organizzare un Centro di restauro del libro che, almeno per un periodo, fu il più grande del mondo. Nel giro di poche settimane dall’alluvione vennero estratte dal fango tonnellate di volumi che, trasportati in luoghi sicuri, furono asciugati e sommariamente puliti.Il Laboratorio fu collocato inizialmente nei locali della Centrale termica della stazione ferroviaria, che, col forte di belvedere, dove furono convogliati i libri una volti asciugati , costituirono il primo nucleo del laboratorio che fu trasferito poi, nella primavera seguente  all’interno della Biblioteca, in un primo momento precariamente sistemato nei sottosuoli e solo in un secondo tempo nell’ala nuova dell’edificio.

Al suo costituirsi, il Laboratorio fu organizzato in una grande catena di montaggio (collazione, scucitura, operazioni umide, rattoppo, cucitura, legatura) capace di affrontare il restauro del libro in maniera necessariamente “industriale”, ma anche innovativa. Ogni volume era accompagnato da una scheda che, insieme ai danni, descriveva la struttura originale, presa come punto di partenza per la scelta di una nuova veste rispondente a canoni rigidamente funzionali. Con questo si affermò un nuovo concetto nel restauro librario, fino a quel momento indirizzato verso la ricostruzione pseudo-filologica del singolo pezzo.

 

Le collezioni recuperate

Nel corso degli anni, buona parte del patrimonio librario danneggiato è stata recuperata e resa nuovamente disponibile per la consultazione ma molto rimane ancora da fare a più di cinquanta anni dal disastro.

 

RIEPILOGO FONDI ANTICHI ALLUVIONATI

Aprile 2019

FONDO MAGLIABECHIANO  VOLUMI ALLUVIONATI RESTAURATI LAVATI DA LAVARE MANCANTI ALTRO**

 

59816 34908 13852 1333 4062 5194
FONDO PALATINO  VOLUMI ALLUVIONATI RESTAURATI LAVATI DA LAVARE MANCANTI ALTRO
9869 5666 2777 602 229 486

 

FONDO PALATINO CARTELLA  SEGNATURE ALLUVIONATE RESTAURATE LAVATE DA LAVARE MANCANTI
587 504 5 78

 

BANCHI  VOLUMI ALLUVIONATI RESTAURATI LAVATI DA LAVARE MANCANTI
1012 339 229 311 139

 

MISCELLANEE MAGLIABECHIANE MISCELLANEE ALLUVIONATE * RESTAURATI LAVATI DA LAVARE MANCANTI*
42012 11781 21 ?

 

  • il numero delle miscellanee antiche alluvionate non è esattamente determinabile, pertanto se ne indica solo il totale di quelle al momento identificate
  • il numero delle miscellanee mancanti non è quantificabile in quanto è ancora in corso l’identificazione del materiale senza collocazione
  • **(legature interessanti, passati ad altra segnatura, libri mattonati ecc.)

 

Fondo Magliabechiano

  • 52.583 volumi alluvionati; 33015 restaurati; 15396 da restaurare; 4172 mancanti/non identificati

Fondo Palatino

  • 9527 volumi alluvionati; 6003 restaurati; 3242 da restaurare; 282 mancanti/non identificati

Fondo Palatino Cartella

  • 587 segnature alluvionate; 500 restaurate; 5 da restaurare; 78 mancanti/non identificati

Miscellanee magliabechiane

  •  42012 miscellanee alluvionate (il numero delle miscellanee antiche alluvionate non è esattamente determinabile, pertanto se ne indica solo il totale di quelle al momento identificate); 11781 restaurati; 30231 da restaurare; — mancanti/non identificate (il numero delle miscellanee mancanti non è quantificabile in quanto è ancora in corso l’identificazione del materiale senza collocazione)

 

Firenze e l’ alluvione

“Arrivai alla biblioteca attorno alle 5 del pomeriggio e guardai intorno all’area alluvionata. Non c’era elettricità ed era stata messa una grossa quantità di candele per avere la luce necessaria a salvare i libri. C’era un freddo terribile; vidi gli studenti nell’acqua fino alla cintura. Avevano formato una fila per passare tra i libri così potevano recuperarli dall’acqua e quindi portarli in una zona più sicura per poterci mettere qualcosa che li proteggesse. In ogni punto della grande sala di lettura c’erano centinaia e centinaia di giovani che si erano riuniti per aiutare. Era come se sapessero che l’alluvione della biblioteca stava mettendo a rischio la loro anima…Non lo dimenticherò mai”.
Edward M.Kennedy fu uno dei testimoni della prima alluvione mediatica che commosse e mobilitò il mondo. Era la notte del 4 novembre 1966, quando l’Arno balzò su Firenze e le altre città, provocando 39 morti, allagando strade e piazze, case e cantine, parchi e musei, biblioteche e chiese. Un impasto liquido e melmoso scorreva a velocità pazzesca. Era l’alluvione mai vista, provocata da una condizione climatica eccezionale nell’eccezionale incapacità dello Stato di prevederla e gestire i soccorsi.
Eppure, dai comandi militari fiorentini, fin dall’alba del 3 novembre, telefonate e fonogrammi tentavano di allertare Ministeri e Stato Maggiore. Inutilmente. Fiumi e torrenti tracimavano, ma l’Italia di allora era senza difese e l’Arno non era nemmeno classificato a rischio idraulico, anche se dal 1177 aveva inondato 180 volte la città, 56 volte devastandola. Nessuna autorità locale sospettava di essere alla vigilia di una alluvione che sarebbe entrata nella storia. I radioamatori però trasmettevano drammatici SOS da Montevarchi, Figline, Incisa, Rignano, Reggello, Pontassieve dove intere famiglie erano salite sui tetti dei casolari e il torrente Resco aveva travolto case trascinando 7 morti e la desolazione e l’isolamento erano totali. L’Autosole era allagata così come la ferrovia.
Roma continuava a sottovalutare, però a mezzanotte l’Arno si portò via come un fuscello il leggendario ponte sospeso dell’Anchetta, alle Sieci, e al buio dalle spallette dei Lungarni il fiume si sfiorava con le mani. Che fare? Prevalse la scelta di aspettare. Dare l’allarme avrebbe causato la fuga in massa di fiorentini e turisti, in autobus, auto o a piedi, col rischio di rimanere intrappolati nella piena. Questa prudenza, ma sarebbe meglio definirla incapacità di qualsiasi previsione, alla fine salverà molte vite umane insieme alla fortuna del 4 novembre di festa. Ma l’acqua traboccò dalle fognature di piazza Mentana con getti alti un metro. Alle 2 ruppe gli argini il Mugnone e allagò le Cascine uccidendo 70 purosangue dell’ippodromo e tutti gli animali dello zoo. Mezz’ora e l’Arno invase Varlungo e San Salvi e poi tutta Gavinana destinata a restare isolata per tre giorni. Il fiume penetrò a Santa Croce e San Niccolò, a Brozzi e San Donnino, a Santo Spirito e San Frediano, nei nuovi quartieri dell’Isolotto e San Bartolo a Cintoia. Una notte da incubo.
Alle 07.26 gli orologi elettrici si fermarono mentre il portone della Biblioteca Nazionale veniva spalancato dalla furia dell’acqua. Firenze era isolata dal mondo, attraversata dal fiume impazzito che trasportava tronchi, bidoni, carcasse di animali, auto e motorini, semafori e panchine. Le caserme erano allagate. Gli ospedali in situazioni disperate e la velocità di salita del livello del fiume era impressionante. Alle 11 fu la BBC da Londra a lanciare la drammatica notizia: “Il mondo sta per perdere una delle sue gemme: Firenze”. Anche le reti televisive degli Stati Uniti trasmettevano immagini riprese da un elicottero decollato da Camp Darby. L’Italia era all’oscuro dei danni incalcolabili. In città tutti i servizi pubblici erano fuori uso, dai telefoni al gas all’acquedotto, 6.000 negozi distrutti, oltre 70.000 famiglie senza casa, 20.000 automobili nell’acqua e nel fango, migliaia di officine, fabbriche, laboratori, botteghe allagati. In quell’alba del giorno dopo, il sindaco Bargellini da Palazzo Vecchio si appellò al mondo, mentre nel Cenacolo di Santa Croce, melma e nafta attaccavano il crocifisso di Cimabue, l’opera simbolo universale della tragedia.
Cresceva la rabbia e l’avvertì il presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat, che arrivò a Firenze prima dei soccorsi e a bordo di un gippone girò per la città devastata. L’indignazione degli alluvionati si fece sentire con qualche fischio. Alla Biblioteca Nazionale, il direttore Emanuele Casamassima con un gesto stizzito gridò: “Presidente, ci lasci lavorare”. Anche le proteste accelerarono i soccorsi. Ma il cuore della solidarietà iniziò a battere alla Biblioteca Nazionale dove era iniziata una corsa contro il tempo per salvare un milione e trecentomila tra libri antichi, raccolte di carte geografiche e topografiche, giornali e manifesti, miscellanee e opere moderne. C’era bisogno di lunghe catene umane in grado di resistere giorno e notte. E in quelle ore, dall’Italia e da molti paesi del mondo, migliaia di giovani si misero in viaggio per partecipare alla più grande operazione di salvataggio di un patrimonio storico.

Arrivarono in città alla spicciolata, da soli o a gruppi, in maniera del tutto spontanea, con zaini e automobili riempiti all’inverosimile per essere autosufficienti, con i pullman organizzati dalle scuole e dai tanti comuni e poi con le autocolonne militari. Parlavano dialetti regionali, inglese, francese, spagnolo, tedesco, arabo. Avevano i capelli lunghi e le barbe contestatrici, chitarre e badili, scorte di medicinali, viveri. Lavorarono nell’acqua puzzolente di nafta e deiezioni, a rischio di epidemie e infezioni e riuscirono nell’impresa. C’era chi li guardava con una certa diffidenza e, per l’Italia bacchettona, erano solo ‘capelloni’. Fu lo scrittore giornalista Giuseppe Grazzini a spiegare al mondo che invece erano angeli, gli angeli del fango.

L’alluvione in Biblioteca

Dopo ogni guerra/ c’è chi deve ripulire (….) c’è chi deve spingere le macerie/
ai bordi delle strade/per far passare/ i carri pieni di cadaveri/(…)
C’è chi deve trascinare una trave/ per puntellare il muro,/
c’è chi deve mettere i vetri alla finestra/ e montare la porta sui cardini/
Non è fotogenico/ e ci vogliono anni/Tutte le telecamere sono già partite/
per un’altra guerra (…)/Chi sapeva/ di che si trattava/
deve far posto a quelli che ne sanno poco/e meno di poco…
Wislawa Szymborska , La fine e l’inizio

Da quando, il 22 dicembre 1861, la Biblioteca del popolo di Firenze si svegliò Nazionale e così, ammantata di coccarde e bandiere tricolori, si ritrovò italiana, ne è passata di acqua sotto i ponti e, nel 1966, per rimanere nel tema, anche sopra i ponti, per via di quel fiume che da sempre la contermina e, come aggiungerebbe Galileo “…con le montuosità interiori, ed a riempire le traposte cavità si adatta”( Galilei 1718). Quasi come se biblioteca e fiume fossero due facce della Luna, Lei quella nascosta e Lui quella evidente e vieppiù decantata. E certo Lei, antica nella storia ma nuova nell’edificio, se la ricorda bene quella mattina del 4 novembre del 1966, quando il suo vicino diede di matto, quasi a voler essere, magari per una ma indimenticabile volta, il più grande fiume del mondo: fece scoppiare le fogne, scardinò le officine, riempì le case, distrusse gli affetti e diverse persone morirono. A Lei fece saltare il riscaldamento e la luce ma soprattutto la colpì nel profondo, accanendosi contro i suoi preziosi libri, insozzandoli, sprezzandoli e distruggendoli, cagionando strazio e desolazione degne di ben altre raffigurazioni. Quasi si fosse tornati ai tempi della guerra e della Resistenza, si rappresentò, come allora, l’orrore del disastro e lo slancio inarrestabile di un esercito di giovani “sbandati” (angeli del fango), diversi nello spirito, nell’abbigliamento e nella lingua, guidati con grazia, fermezza e carisma dal Comandante “Nello”, Emanuele Casamassima, il suo direttore, che ordina di armare la nave e vigila, senza abbandonarla neanche un giorno per tre mesi di fila, adattandosi a dormire lì, nella plancia, in un sacco a pelo, con la sola compagnia, a giorni alterni, di Alfiero Manetti, Giorgio de Gregori, Francesco Barberi e di una bottiglia di grappa. Con lui, il suo equipaggio: il silenzioso Vicecomandante (Luigi Crocetti), il Direttore di macchina (Ivaldo Baglioni) brusco e generoso, dalla voce tonante, il Nostromo (Alfiero Manetti) all’organizzazione dell’equipaggio, il medico (Claudio Galanti) incaricato delle vaccinazioni, i sottufficiali (Renzo Romanelli, Diego Maltese, Eugenia Levi, Fulvia Farfara, Carla Guiducci Bonanni, Clementina Rotondi) passati con naturalezza dalla scrivania alla ricostituzione delle raccolte e dei servizi. La stessa disinvoltura con cui Alberto Cotogni, Renzo Daddi, Omero Bardazzi si tramutano in cuochi e paninari per ristorare gli angeli o con cui i mozzi Fornaciai, Bertini, Corradi si occupano del controllo dei camion che trasportano i libri ad asciugare alle fornaci e poi i tanti altri – pure quelli che non vogliono capire l’intrapresa avviata che, comunque, partecipano alla risollevazione della Nazionale. Insomma un antesignano “Yes we can” (vero questa volta) da cui la Biblioteca comincia la lenta e dolorosa cura delle ferite, tante e fonde . Di fronte alla desolazione e alla sconfitta -nostra sì, anche della faccia, ormai cattiva, della Luna- il Comandante “Nello” non si arrende: raduna alcuni tra i migliori intellettuali e ne forma un Comitato, quindi col suo giovane, improvvisato equipaggio, fa salpare la nave. Si impegnano senza tregua e si arrabattano in ogni modo, alla ricerca di disponibilità finanziarie e collaborazioni; ne trovano un po’ ovunque: inglesi, americane, francesi, australiane, cecoslovacche… e sì, anche italiane, benché talvolta un po’ ingenue e superficiali (qualcuno, ad esempio, è convinto che la segatura e il talco siano adatti ad asciugare le carte mentre qualche altro, per essiccare i libri preda delle muffe incombenti, cerca forni di varia foggia e tipo senza andare per il sottile, così i cuoi si cuociono, le pergamene si denaturano, le carte si deformano). A marzo del 1967, si riaprono la sale Manoscritti e Rinascimento, la BNI inizia a pubblicare di nuovo e, subito dopo, il Capo e il Vicecomandante con i direttori in seconda inglesi, Peter Waters e Tony Cains fann allestire un laboratorio di restauro, grande come grande era stato il danno subito, mentre il Nostromo recluta la “forza lavoro”: volontari pagati dal CRIA (Committee to Rescue Italian Art), così come i tecnici stranieri ed altri assunti dalla Cooperativa LAT, retribuiti con fondi ordinari dello stato. Addirittura, il direttore e, con lui, l’economo, Alfonso Bonanni, rischiano l’accusa di distrazione di fondi, con ben 3 ispezioni del Ministero, perché usano le risorse che la Biblioteca aveva a disposizione per il funzionamento: cancelleria, luce, fotocopie, per far mangiare un panino ai giovani e farli vaccinare. libero 2Contemporaneamente, per far riaprire alla fine questa “benedetta biblioteca”, si opera anche su altri fronti: si puliscono e si riproducono le schede del catalogo, che sono poi gli inventari di casa, si accomodano le suppellettili, si sostituiscono gli scaffali e si reintegrano, dove possibile, i libri perduti attraverso i doni di altri istituti Che tempi, che caos… e che vita!. Infine, l’8 gennaio 1968, “Nello” si sveste degli abiti del Comandante, inforca le lenti del Direttore e, dopo un brevissimo resoconto del lavoro svolto e di quello da fare, riapre la Biblioteca, marcando così, in un certo qual modo, la cesura fra i tempi eroici (eroici sì, anche se il termine pecca di retorica, per l’idealismo e lo spirito di solidarietà che li hanno pervasi) e il dopo. Lungo e molto amaro.

Catastrofe e anastrofe del Fondo giornali

di Sergio Marchini

A Luciano più che amico, fratello,
e a Beppe, mentore,
vivi ogni giorno nel giardino
del mio cuore

I giornali erano immagazzinati nel seminterrato (EDIFICIO 1986) e, all’alba del 4 novembre 1966, furono completamente sommersi dall’acqua dell’Arno e danneggiati dalla corrente del fiume, estremamente violenta all’angolo tra corso Tintori e via Magliabechi (DI RENZO 2009) .
Nei giorni seguenti il fondo intero pareva perduto senza rimedio. Come scriverà Pierfrancesco Listri su “La Nazione” : “Un’altra perdita gravissima è quella relativa al fondo giornali. Tutte le raccolte dei giornali pubblicate in Italia dal tempo dell’Unità nazionale ad oggi, che ci giungono per diritto di stampa e ci consentono di essere l’unico vero completo magazzino di collezioni di periodici, sono rimaste sotto il fango e l’acqua: forse sono perduti … ”(LISTRI 1966).
Non mi dilungo nel racconto della gara di aiuto che venne alla Biblioteca, della caparbia volontà di salvare il patrimonio, sotto la guida instancabile ed inflessibile di Emanuele Casamassima il quale organizzò e coordinò l’impresa colossale del recupero di quanto era stato danneggiato, coinvolgendo dipendenti, tecnici italiani e stranieri, migliaia di giovani volontari, tra i quali anche lo scrivente.
Nella semioscurità del seminterrato, con turni brevi ma massacranti, quello che era stato sommerso fu, spesso solo a forza di braccia, portato all’asciutto. I giornali, in pacchi, in buste, in volumi gocciolanti acqua fangosa e nafta furono inviati in ogni essiccatoio disponibile in Italia e, col lavoro e l’impegno delle operaie e degli operai del posto, vennero asciugati.
Nell’estate del 1967 questa enorme massa di materiale – la collezione completa contava allora circa 37.000 testate e ne furono alluvionate dalle 24 alle 27.000 – cominciò a tornare in biblioteca.
Una commissione, composta dal Direttore, da Clementina Rotondi, responsabile dei periodici, Giuseppe Bertini, custode addetto ai giornali e fondamentale conoscitore della collezione, Luciano Matteoli Giachetti, rappresentante degli studenti – furono definiti “studenti” quelli che, dopo il volontariato, continuarono il lavoro in Biblioteca come soci e dipendenti della Cooperativa LAT a part time, in maggioranza studenti universitari di età media tra i 22 e i 24 anni – individuò i protocolli di ripristino del fondo: i giornali andavano divisi alfabeticamente per prima lettera del titolo, poi per seconda lettera, infine per testate. Ogni testata veniva divisa per annata, registrata e descritta, numero per numero, su nuovi schedoni, annotando i danni e le perdite. Via via che il materiale tornava in sede, scaricato all’ingresso di via Magliabechi, era diviso in prima lettera nei corridoi e sistemato in scaffali provvisori. Fu necessario compilare due quaderni di piante per orizzontarsi tra gli scaffali colmi che occupavano tutti i piani dell’edificio della Biblioteca. Il recupero, all’inizio, fu lento e faticoso: il personale divideva e collazionava le testate in mezzo a migliaia di sacchetti di plastica, fra la polvere delle pagine e del fango secco.
Il rapporto con l’Università fu stretto, tanto più che molte tesi e molte ricerche erano ferme per l’impossibilità a documentarsi sui periodici, e, dove possibile, le indicazioni di Ernesto Ragionieri, Giorgio Mori, Mazzino Fossi, Carlo Cordiè, Giuliano Procacci, docenti dell’Università fiorentina, portarono alla scelta delle testate cui dare la precedenza nel recupero.
Il lavoro ha permesso di recuperare tutti i quotidiani italiani, almeno dal 1872, i periodici, toscani e non, precedenti l’Unità d’Italia, testate – settimanali, quindicinali, mensili, saltuarie – importantissime e introvabili altrove, ma necessarie per ricerche e studi. Fu possibile descrivere nel nuovo schedone anche le testate precedenti il 1872, anno di inizio della registrazione, unificata poi per tutto il fondo perché, dal 1872 al 1966, erano più volte mutati la forma stessa, i criteri bibliografici e quelli di gestione.. Oggi sappiamo che la perdita totale delle testate della collezione si aggira sull’8-10 % del totale, a cui vanno aggiunte le perdite di numeri delle testate recuperate, non del tutto quantificata.
I giornali sono ordinati e registrati, non restaurati: solo i periodici dalla seconda metà del ‘700 al 1861 più alcune testate fiorentine, in tutto 300, sono stati restaurati e microfilmati, il resto attende. L’intera collezione, grazie a due progetti finanziati dal MIBAC , che hanno permesso di completare l’ordinamento, è a disposizione dell’utenza dal 1999, salvo due testate, il “Corriere mercantile” e l‘ ”Osservatore romano”, che però sono microfilmate. I giornali hanno uno sviluppo lineare di oltre 10.000 metri di palchetti e dal 1989 si trovano nei magazzini della Casermetta del Forte di Belvedere. La possibilità di consultazione del fondo è stata resa possibile dalla volontà e dal lavoro di quanti, dal 1967 in poi, hanno perseverato in un’opera che pareva impossibile.

Bibliografia:
  • Di Renzo 2009
    Elisa Di Renzo, Una biblioteca, un’alluvione: il 4 novembre 1966 alla Nazionale di Firenze, storia di un’emergenza; introduzione di Neil Harris, Roma, Associazione italiana biblioteche, 2009.
  • Edificio 1986
    L’Edificio della Biblioteca nazionale centrale di Firenze, Firenze, Forte di Belvedere, ottobre –novembre 1986, Firenze, Karta, 1986.
  • Listri 1966
    Listri, Pierfrancesco, Milioni di libri sotto il fango, « La Nazione, Firenze », CVIII, 1966, n. 253, 9 novembre, p. 3.

Emanuele Casamassima

Era già l’uomo più alto (e, forse, il più bello) della Biblioteca, ma la mattina del 6 novembre 1966 quando riuscimmo ad entrare nell’edificio, all’improvviso, tra le rovine maleodoranti, scorgendolo, mi sembrò ancora più imponente, con la sua eterna giacca di velluto marrone e gli stivali di gomma mentre, senza esitazione alcuna, indicava alla massa di persone che gli si agitava intorno, cosa ognuno dovesse fare.
Anche “in tempi normali”, avevo avuto la fortuna di lavorare con Emanuele Casamassima e di trovare sempre la risposta a qualunque problema si presentasse sul lavoro ma era, appunto, un’ attività normale, da bibliotecario. Quella mattina il direttore stava già “salvando” la Nazionale, con la stessa chiarezza, semplicità e decisione con cui aveva sempre svolto il proprio lavoro; accanto a lui, era presente Giorgio De Gregori, precipitatosi da Roma per la Nazionale ma anche per aiutare, con la sua preziosa presenza e praticità, l’amico di sempre. Niente era fatto a caso, niente doveva minimamente danneggiare il patrimonio; per questo tutti gli aiuti pervenuti in Biblioteca dall’estero e dall’Italia stessa, la generosa presenza di molti professori, in particolare dell’Università di Firenze, furono da Casamassima cortesemente ma fermamente “inquadrati” dove, con certezza, potevano essere utili all’immediato recupero del materiale alluvionato.
Ricordo l’aspra battaglia, anche sulla stampa, per le teorie di immediata conservazione; fu molto criticata la scelta di inviare i volumi estratti dalla melma, in tutti i possibili essiccatoi e forni, per essere asciugati. All’epoca, un’altra teoria sosteneva l’utilità di mantenere la carta umida, così come era stata raccolta e, in tali condizioni, di nuovo immagazzinata, fino al momento del possibile restauro. I fatti, ancora una volta, hanno dato ragione all’intuizione di Casamassima: il patrimonio della Nazionale è totalmente restituito alla fruizione mentre i volumi diversamente trattati, purtroppo, hanno sviluppato violenti attacchi microbiologici, che ne hanno reso estremamente problematico il recupero.
Un’altra importante lezione di vita che Casamassima ha lasciato a tutti noi, si realizzò nel momento in cui, di fronte al disastro del 4 novembre, scelse a dirigere personale, volontari e mezzi , gli impiegati da lui ritenuti realmente capaci di concretezza operativa, prescindendo dalla loro posizione di carriera. Come era prevedibile, questa decisione non piacque molto alle autorità preposte del Ministero ed anche a qualche “collega” inamidato ma la maggior parte di noi, senza esitazione, si pose a disposizione di chi Casamassima aveva individuato, con l’unico, preciso interesse del recupero e della ricostruzione della Nazionale. E così, solo due anni dopo, la Biblioteca riaprì al pubblico, pur con tutte le necessarie limitazioni; inoltre, riprese la pubblicazione della Bibliografia nazionale ed il trattamento catalografico del nuovo materiale.

Emanuele Casamassima, che diresse la Biblioteca dal 1965 al 1970 durante una visita ai laboratori di restauro
Grazie alla sua volontà, sono nati anche i laboratori di restauro e oggi possiamo con orgoglio,dire che, dal disastro dell’alluvione, è nata anche una nuova, concreta tecnica di recupero ben più efficace e conservativa di quanto fatto fino ad allora. Parlando del restauro, mi piace ricordare un episodio quantomeno “curioso”. Al rientro del materiale asciugato, Casamassima aveva mandato me e Renzo Daddi a riceverlo, a Forte Belvedere, per ricomporre i fondi, anche se sommariamente. In una delle sue frequenti visite a Forte Belvedere, il direttore arrivò mentre, con un gruppo di volontari, staccavamo accuratamente le coperte danneggiate dai volumi essiccati senza nessuna intenzione di conservarle ovvero mentre le gettavamo in un mucchio; sorridendo, si congratulò con noi per la felice intuizione di staccare la coperta dal libro nell’intento…di conservarla con la relativa segnatura ai fini di recuperare l’opera in toto. Ricordo ancora il volo “interrotto” della coperta che avevo in mano e l’espressione pietrificata dei presenti che, immediatamente, iniziarono a trattare le coperte in modo analogo ai volumi, cercando anche di recuperare, dalle montagne di materiale già accatastato, quanto era possibile.
Il restauro nasce anche così, insegnando con naturalezza che ogni parte del volume che stai trattando è essenziale ed ha una sua storia individuale. Al rientro da Forte Belvedere, Casamassima mi assegnò ai laboratori di restauro forse ricordando la mia vecchia laurea in matematica e fisica ma sicuramente contando sull’assoluta fiducia che io avevo sempre dimostrato nel suo operato. Col senno di poi, quella fu una svolta fondamentale nell’interpretare il mio lavoro in Biblioteca. Il contatto sia lavorativo che umano con gli operatori del restauro mi ha insegnato molto, togliendo quella “astrazione operativa” che altri settori della biblioteca possono indurre.
Quanto ho ora ricordato, collegato alla mia personale esperienza, non è stato un fatto isolato; tutti i colleghi della Nazionale si sono formati o”trasformati” accanto all’intelligente, gentile e competente guida di Emanuele Casamassima. Per questo, la figura di questo direttore è stata essenziale per la Nazionale; certamente, senza di lui, non avremmo recuperato la Biblioteca nelle sue attività e nei suoi servizi e non si sarebbe formato un’intera generazione di bibliotecari.

…Volta la carta: come cambia il restauro dopo l’alluvione

Visto con gli occhi di oggi ci sembra ovvio, quasi banale, il modo con cui il direttore e il personale della biblioteca affrontarono l’alluvione, un disastro senza paragoni sia come quantità che come condizione del materiale. Ma come Virgilio a Dante, di loro si potrebbe dire “Voi credete forse che siamo esperti d’esto loco; ma noi siam peregrin come voi siete”, e gli errori commessi, frutto dell’improvvisazione e della fretta, furono davvero poca cosa rispetto all’intuizione di concentrare gli sforzi nell’asciugatura dei volumi.
Di seguito a questo impegno massiccio, fu costituito il Laboratorio di restauro aggregatosi intorno alla volontà di salvare migliaia di volumi. Con regole del tutto diverse rispetto al passato, in cui il restauro era identificato con la legatura (BIBLIOTECA NAZIONALE 1881). In Biblioteca, dopo l’alluvione, esso fu improntato su una prassi che, nonostante la straordinaria tensione dell’emergenza che rendeva difficile anche il solo articolare il pensiero, nulla concesse all’improvvisazione, stabilì rigidi protocolli di intervento ed organizzò il recupero dei libri all’insegna della celerità, dell’efficacia dei risultati e della ricerca della coerenza storica nella progettazione delle nuove legature, che si orientò verso modelli sgombri da pretese stilistiche e attestati su criteri di funzionalità (CASAMASSIMA 1957), mai scissa tuttavia dalla tradizione ovvero: tracce sul volume, sue dimensioni, sua appartenenza ad un certo fondo.
Anche i cinque valori in cui furono divisi convenzionalmente i libri in relazione al loro anno di stampa, per stabilire con rapidità e correttezza le nuove confezioni, furono una scelta perfettamente coerente con questi principi fondanti. Tutti i libri alluvionati vennero fotografati, dotati ciascuno di una scheda di restauro descrittivo-prescrittiva, con un impianto analitico che ne guidava il percorso e che, una volta archiviata, rimaneva a documentare da una parte la veste del libro e, dall’altra, come verifica della stabilità di materiali e mezzi usati nel restauro; fu introdotto anche un sistema di tipo filologico, per il controllo dell’integrità del testo; vennero impiegati adesivi inediti come l’amido e le metilcellulose per rinsaldare ed incollare, l’idrossido di calcio per deacidificare le carte, la carta giapponese per il rattoppo delle pagine ed utilizzare metodologie di restauro “celeri” come l’imbrachettatura dei bifolii scempi; rimarcando, allo stesso tempo, come essenziale, l’uso di tecniche e prodotti compatibili, di prima qualità e reversibili, adattati alle esigenze proprie di quello che, in seguito, fu definito restauro di massa.
L’esperienza fiorentina costituì quindi lo spartiacque fra un restauro del libro di “bottega” ed il moderno restauro. Nel primo caso, la massima aspirazione era liberare le carte dalle macchie o ricucire un volume rotto, piegandosi alla comune, riduttiva considerazione del libro neppure annoverato fra le opere d’arte; nel secondo, qualunque libro fu considerato come un’unità fatta di componenti diverse nessuna delle quali poteva essere restaurata a sé, senza tener conto di tutte le altre (CROCETTI 1974) e ciascuna da conservare al più alto livello, senza indulgere in scale gerarchiche. Il volume da restaurare anche quando appariva insignificante o esteticamente brutto doveva comunque essere trattato come un unicum (CROCETTI-CAINS 1970) ovvero una insostituibile testimonianza della sua particolare storia. Questi assiomi “rivoluzionari”, già difficili da accettare e da mettere in pratica, erano anche gravati, nell’ambito dell’esperienza dell’alluvione, dal grande numero di unità colpite, una contingenza quest’ultima che avrebbe potuto attrarre verso interventi superficiali ed improvvisati che, sotto l’egida dell’emergenza, sarebbero stati giustificati dai più. La necessità di scucire e distaccare dai piatti migliaia di volumi fu colta invece come una stupefacente occasione di conoscenza delle componenti materiali del libro, del loro intrecciarsi e sovrapporsi, attraverso un esame di tipo filologico di separazione dell’originale dalle aggiunte, senza peraltro eliminare queste ultime.

E’ qui il passaggio per cui, inaspettatamente, da operazioni inevitabilmente distruttive al massimo grado, il restauro iniziò a Firenze un percorso verso interventi non invasivi e, ancora più oltre, verso la prevenzione dei danni dovuti alla cattiva manutenzione e alle emergenze, delle quali i piani di rischio sono diventati il cardine.
Infine, i limiti di quella esperienza: in primo luogo, uno spezzettamento delle operazioni di restauro dovuto ad una organizzazione del lavoro di tipo industriale in reparti distinti, utile per aggredire i grandi numeri ma a causa della quale, però, per molto tempo, la mano sinistra non seppe cosa facesse la destra cosicché la ricomposizione dell’oggetto finito, frutto, appunto, delle mani di molti, albergò solo nella testa di pochi; poi lo sgretolamento silenzioso e costante del nerbo ideologico del Centro di restauro fiorentino che, non essendo sopravvissuto nel tempo alle derive delle scartoffie ministeriali e agli effetti di una volontà politica non sempre sensibile e lungimirante, attende ancora tempi migliori e risorse appropriate per procedere nella realizzazione di quelli che sono i propri compiti istituzionali.

Bibliografia:
  • Biblioteca Nazionale Firenze 1881
    Regolamento per il servizio della Biblioteca nazionale di Firenze (Minuta), Firenze, agosto 1881.
  • Casamassima 1957
    Emanuele Casamassima, Nota sul restauro delle legature, «Bollettino AIB», III, 1957, n. 1-2, p. 2.
  • Crocetti 1974
    Luigi Crocetti, Il restauro del libro come attività normale, «Antologia Vieusseux», IX, 1974, n. 3, p.7.
  • Crocetti – Cains 1970
    Luigi Crocetti – Anthony Cains, Un’esperienza di cooperazione, «Bollettino dell’Istituto di patologia del libro», XXIX, 1970, n. 1, p. 48.