La Madonna col Bambino e San Giovannino di Girolamo Della Robbia: storia e curiosità di un capolavoro delle collezioni d'arte della Biblioteca.

Tra i documenti delle raccolte d’arte della Biblioteca, un oggetto di particolare rilevanza, oltre che di grande impatto visivo, è rappresentato dall’opera di Girolamo della Robbia (Firenze 1488-1566), Madonna col Bambino e San Giovannino, 1510-1515 (altorilievo centinato in terracotta invetriata, cm 130 x 70, Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, inv. Landau Finaly – Oggetti d’arte 8).

Nella Sala dei cataloghi Magliabechiano e Palatino è possibile ammirare la splendida terracotta invetriata con la Vergine che sorride a Gesù Bambino in compagnia del piccolo San Giovanni Battista, realizzata da Girolamo della Robbia intorno al 1510-1515, la cui composizione ripropone fedelmente la Madonna detta La Belle Jardinière del Louvre, dipinta da Raffaello a Firenze nel 1507 ed acquistata dal re di Francia Francesco I per la sua collezione.

L’opera era conservata  nel palazzo fiorentino di Vieri Giugni Canigiani e presentava una predella, probabilmente assemblata in tempi successivi, con tre formelle rappresentanti San Pietro, al centro, e gli emblemi delle famiglie Strozzi e Del Benino, ai lati. Dopo la morte del proprietario nel 1922, la terracotta fu acquistata da Jenny Finaly, nipote ed erede del bibliofilo e collezionista d’arte Orazio Landau, ed infine, per legato testamentario di suo figlio Horace, venne donata alla città di Firenze. Il lascito, costituito anche da preziosi volumi e altre opere d’arte, è stato poi destinato in deposito permanente alla BNCF e i documenti di consegna, datati 5 maggio 1949, registrano il nostro altorilievo con l’attribuzione a Giovanni della Robbia. Danneggiato dall’alluvione dell’Arno nel 1966, è stato restaurato nel 1997 dall’Opificio delle Pietre Dure e nell’occasione separato dalla predella, giudicata non pertinente.

L’attribuzione dell’opera a Girolamo (1488-1566), avanzata da Giancarlo Gentilini, trova concorde larga parte della critica. L’ultimo figlio di Andrea della Robbia, insieme al fratello Luca, fu tra i più attivi collaboratori nella bottega paterna e, secondo il Vasari, in quel periodo “attese a lavorare di marmo e di terra e di bronzo, e già era per la concorrenza di Iacopo Sansovino, Baccio Bandinelli et altri maestri de’ suoi tempi, fattosi valente uomo”. Pochi anni dopo, nel 1517, si trasferì in Francia dove contribuì al grande progetto di rinnovamento delle arti promosso da Francesco I, facendosi apprezzare grazie alla maestria tecnica acquisita nella prolifica  e longeva bottega famigliare, specializzata nella terracotta invetriata, fondata alla fine degli anni Trenta del Quattrocento dal capostipite Luca di Simone. Si deve a quest’ultimo  il perfezionamento e la diffusione nel campo della scultura di questa particolare produzione artistica, detta anche maiolica, la cui applicazione originaria di derivazione araba era legata ad oggetti d’uso, piastrelle e mattoni decorativi. Dopo la cottura nel forno della scultura o del rilievo, si iniziava la preparazione dello smalto tannifero composto da ceneri sodiche, piombo, stagno e ossidi metallici. Queste ultime due componenti conferivano alla miscela vetrosa le caratteristiche tipiche degli smalti robbiani: lo stagno la opacizza e la rende bianca, gli ossidi metallici ne definiscono i colori. Dopo l’applicazione sulla superficie, la seconda cottura scioglieva la polvere vetrosa e la fissava stabilmente alla terracotta. La luminosità e il colore di questi manufatti, esaltati dalla materia invetriata, possono essere messi in relazione con la «pittura di luce» fiorentina di Beato Angelico e Domenico Veneziano e riconducono ai principi del neoplatonismo cristiano che esaltava il valore teologico della luce come manifestazione divina, essenza stessa di spiritualità, bellezza e amore.

Dal dipinto del Louvre di Raffaello l’altorilievo di Girolamo della Robbia riprende la composizione piramidale e la serrata concatenazione di sguardi e gesti fra i protagonisti della scena, a sua volta di derivazione leonardesca, e ne recupera i sentimenti di serena dolcezza e spontanea familiarità. I volti vengono caricati, tuttavia, di arguzie espressive assenti nel modello, a cui il ceramista aggiunse poi alcuni elementi iconografici: un cherubino sul petto della Vergine e una corona di foglie d’edera sulla testa di San Giovannino, usuale attributo di Bacco, che può essere interpretato come un riferimento alla Passione e Resurrezione di Cristo. Il naturalismo narrativo della versione dipinta viene ridimensionato nel rilievo dalla scelta di uno sfondo uniforme blu cobalto, suggerendo un cielo privo del paesaggio, che amplifica lo straordinario nitore formale della scena e ne sottolinea ancora di più il richiamo ad una dimensione simbolica e ultraterrena.

Testo a cura di Verusca Gallai